Nella storica Legatoria Prampolini di Catania è stata inaugurata la mostra del fotografo Andrea Matteo Petrelli
In apertura una presentazione in cui i soggetti fotografati raccontavano le loro storie esplorando il complesso rapporto tra individuo e corpo. Una raccolta di testimonianze visive e orali di persone che hanno vissuto, plasmato, sopportato, odiato, amato e talvolta ignorato il proprio involucro fisico. Si apre così la mostra Cera di Andrea Matteo Petrelli che, attraverso le sue fotografie, invita i visitatori a riflettere su come il corpo sia non solo una premessa involontaria che presentiamo al mondo, ma anche un interlocutore costante con il nostro io interiore.
Andrea Matteo Petrelli è un fotografo siciliano che esplora la città di Catania in sella alla sua bicicletta, sempre accompagnato dalla sua macchina fotografica. Pedala per la città catturando con il suo obiettivo tutto ciò che lo affascina. «Quando ero piccolo mio padre mi faceva leggere Jorge Luis Borges, e mi ricordo della frase che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quello che ho letto. E così io mi vanto più delle storie delle persone che ho incontrato che di quello che riguarda me», racconta il fotografo.
Da dove nasce l’idea di “Cera”? C’è stato un episodio o un’esperienza particolare che ha ispirato questo progetto?
«Innanzitutto Cera non nasce, è stato richiesto, non era una mia idea, ma nasce da una foto casuale, che è quella che si trova nella locandina, e ci fu una persona che vide la foto e decise di volerlo finanziare – racconta il fotografo -. Quando abbiamo iniziato a fare le foto eravamo io e un'altra persona, ma abbiamo avuto problemi, perché alla fine i soggetti erano stati circuiti da questa persona quindi decisi di interrompere qualsiasi rapporto, però avevo già pubblicato delle foto, singole, senza un tema specifico, così alcune persone mi contattavano su Instagram dicendo che avevano un rapporto particolare con il loro corpo e da quel momento in poi ho iniziato a raccogliere queste testimonianze. Io non ho cercato nessun soggetto, ma sono venuti loro da me e ciascuno aveva un problema o un qualcosa che voleva raccontare e quindi più che una mostra fotografica è stata un racconto per chi c’era alla presentazione, la foto è stata un pretesto per raccontare tematiche diverse».
La cera può sciogliersi, solidificarsi, assumere nuove forme. Volevi suggerire l’idea di un corpo in continua evoluzione? Perché la scelta di questo titolo per rappresentare il tuo progetto?
«La cosa divertente è proprio questa – spiega Andrea Matteo Petrelli - che io di questa mostra non ho scelto niente, neanche il nome, che fu invece scelto da chi ha preso parte a questo progetto. La cera è un materiale malleabile che prende forme diverse in base al tocco, e allora tutti noi abbiamo un corpo ma tutti noi lo mostriamo, subiamo, plasmiamo in maniera diversa. Ciascuno dei soggetti aveva un determinato dialogo con il proprio corpo, quindi la storia in virtù del soggetto cambiava».

Alcuni scatti in esposizione alla mostra
Qual è il messaggio principale che vuoi trasmettere attraverso questa mostra?
«Anche qui, nessuno inizialmente – precisa l’artista -. O meglio, io non sono un fotografo di studio, è stato un lavoro per cui ho fatto una fatica immensa, non fotografo modelli o modelle, ma preferisco il reportage, è quello che ho sempre fatto e amo fare. Per me è stato un mondo nuovo quello dello studio. Erano le persone che volevano dire qualcosa, per me il motivo di orgoglio di questa mostra è stato fare un passo di lato e far parlare le persone, io ho fatto solo il click nella macchina, difatti quando c’è stata la presentazione sono stati loro a parlare, a scegliere le foto, a gestire la presentazione, io sono stato solo il pretesto per far sì che determinate persone che avevano un’urgenza di parlare di tematiche riguardanti le loro difficoltà con il loro involucro lo potessero fare».
«Alcune persone hanno fatto davvero fatica a raccontarmi le loro storie, infatti, io sono veramente grato che mi hanno concesso di conoscerle, ho notato infatti che per molti era più facile mostrarsi ed essere fotografati nudi, ma più difficile parlare e raccontare quello che avevano dentro, che però era fondamentale per la realizzazione della mostra – racconta Petrelli -. Inoltre la mia premessa è stata dirgli che queste foto non servivano per farli apparire belli o belle, ma mostrare cose più profonde. Quindi io in questa mostra sono stato semplicemente il megafono».
Come hai selezionato le persone ritratte nelle fotografie? C’è stata una storia che ti ha colpito particolarmente?
«Io ho fotografato più di 100 soggetti, ma ne sono sopravvissuti solo dieci – spiega -. Perché la prima selezione è stata quella di eliminare la vanità, cioè le persone che volevano essere fotografate solo per farsi vedere, ma questa non era la tematica. Poi a poco a poco la selezione è venuta da sé, c’erano persone che avevano sofferto di anoressia, altre che avevano subito degli aborti, persone che nonostante fossero allenate e prestanti, avevano una sofferenza, persone che avevano problemi con il proprio peso, persone che nonostante lavorano sui social media mostrando il loro corpo perché vendono abbigliamento, avevano problemi di vaginismo e quindi problemi con la sessualità. Quindi le tematiche, anche qui, si sono trovate da sole, ho ascoltato storie vere, dolorose, sentite che vale la pena raccontare, è stata una mostra che ha camminato per conto suo».
Ci sono tecniche fotografiche o scelte stilistiche che hai adottato per enfatizzare il tema del corpo?
«In realtà lo stile che utilizzo sempre, anche nei reportage, è molto sobrio, sono tutte luci naturali, la post-produzione è quasi nulla, le foto che faccio sono tendenzialmente molto crude, non cerco il simbolismo, io comunico, rappresento in modo documentaristico quello che succede – precisa il fotografo -. La mia tecnica, o meglio, la mia predisposizione personale è quella di essere più schietto e disincantato possibile».

Il fotografo Andrea Matteo Petrelli (foto www.instagram.com/andreamatteopetrelli/)
Le fotografie mostrano il corpo come un “interlocutore costante”. Quanto pensi che la nostra percezione del corpo influenzi la nostra identità?
«Che ci piaccia oppure no, il primo impatto che abbiamo con le persone è il giudizio estetico, spesso è il primo movente per cui parliamo con le persone, per il semplice fatto che non le conosciamo – sottolinea l’artista -. La prima cosa che vedi è un corpo, prima affronti quello, e poi conoscendo una persona vai al di là dell’aspetto fisico, però l’impatto è quello. Quando ho fotografato i soggetti, molte delle volte per me non avevano un problema visibile, ma per quella persona il problema c’era, che poteva essere un rotolino, una piega, una macchia o cose più gravi e quel problema per loro è una montagna inscalabile, quindi bisogna farci i conti a quanto pare».
Viviamo in un’epoca in cui l’immagine del corpo è spesso idealizzata sui social media, come si pone la tua arte rispetto questa narrazione?
«I social media sono dominati dagli influencer o aspiranti tali, comunque da persone che mostrano la parte più desiderabile di sé, e io mi chiedo quanto deve essere stancante essere sempre sul piedistallo – spiega il fotografo -. Io che dai miei social e dalla mia biografia sono quasi totalmente disinteressato, invece, sono più interessato alle altre persone, dalle cose vere»
Perché la Legatoria Prampolini come spazio espositivo?
«Perché io le mostre non le faccio mai nelle gallerie, tutte le mostre che ho fatto a Catania sono state in luoghi simbolo, come Librino, San Cristoforo, San Giovanni Li Cuti – ci tiene a sottolineare Andrea Matteo Petrelli -. Anche se economicamente in modo meno conveniente, preferisco farle in questi contesti e poi finanzio i miei progetti con le donazioni».
«Se qualcuno ti dona qualcosa vuol dire che di quel racconto vuole sentirsi partecipe o si fida di quello che vuoi fare – aggiunge -. Se il mio lavoro non è un’esigenza per qualcuno, la mia vanità conta poco, quindi non lo faccio. Quindi la Legatoria Prampolini è un luogo simbolo di Catania, è la libreria più antica di Sicilia ed è anche un riscatto imprenditoriale e sociale perché queste ragazze che ora la gestiscono hanno salvato una libreria antica che ormai stava chiudendo. Quindi ritengo che la tematica sia molto affine al luogo».
La Legatoria Prampolini, situata in via Vittorio Emanuele II 333, è stata fondata nel 1894 e offre un ambiente ideale per ospitare una mostra che intreccia arte e introspezione personale. La scelta di questo spazio espositivo sottolinea l’intento di creare un dialogo tra tradizione e contemporaneità. Questa esposizione rappresenta un’opportunità per confrontarsi con le diverse percezioni del corpo umano, stimolando una riflessione profonda sulla nostra identità e sul modo in cui ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri.
La mostra “Cera” sarà visitabile fino al prossimo 7 aprile, con ingresso gratuito. il lunedì dalle 9 alle 17 e dal martedì alla domenica dalle 9 alle 22